Aldo Grasso è il competente critico televisivo del Corriere della sera. Da qualche tempo sul giornale compaiono suoi editoriali o commenti che vanno un po’ al di là delle sue originarie competenze e spaziano in altri settori, lo sport ad esempio.
Domenica 3 novembre in prima pagina ho trovato un suo pezzo a proposito della presunta censura che avrebbe subito Dario Fo. La vicenda è stata ampiamente pubblicizzata: Fo lamenta che un teatro romano, a quanto pare di proprietà del Vaticano, avrebbe rifiutato di rappresentare una sua opera tratta da un libro della recentemente scomparsa Franca Rame.
E quindi via a partire con la censura, l’Inquisizione, i secoli bui, la Chiesa oscurantista e tutto il consueto campionario di banalità.
Commenta Grasso: “a Fo piace giocare al censurato perché sa bene che la censura, questo demone insolente e capriccioso, è stata la sua fortuna. Fin dai tempi di Canzonissima 1962, quando se ne andò dalla RAI perché una sua gag sulla sicurezza nei cantieri edili era stata censurata. Se Fo e Rame avessero continuato, forse li avremmo confusi con Alberto Lionello e Lauretta Masiero, Corrado e Raffaella Carrà. Quella censura è stata la loro fortuna. Lontano dal video, Fo ha iniziato la sua battaglia contro il “potere”, praticando quel teatro politico che gli è valso perfino il premio Nobel”.
Grazie Aldo Grasso! Mi ci ritrovo completamente. Hai vendicato la mia timidezza e la mia paura di dire qualcosa di politicamente scorretto, che però pensavo da tanti anni, e credo di non essere il solo…
Alla censura aggiungerei l’indubbia capacità di Dario Fo di cavalcare il momento e l’orientamento politico a lui più comodo e confacente; ma questo spiega perché un attore di grandissimo talento, ma autore non più che simpatico, quanto ripetitivo e poco originale sia riuscito a diventare un’icona della letteratura mondiale, vincendone quello che un tempo ormai lontano ne era il massimo riconoscimento.
E allora? Teniamoci Dario Fo con la sua bravura e le sue lamentele, mettiamolo al suo giusto posto, e speriamo che gli accademici di Stoccolma stiano più attenti, anche se non sembrerebbe, viste le ultime scelte.